LA SOCIETA’ DELLO SPETTACOLO

(ovvero uno spaccato atipico del decennio ’60 – ’70 visto attraverso la musica)

 

 

 

 

 

 

 

 

 Nel 1967 Guy Ernest DEBORD, filosofo, scrittore e regista cinematografico parigino, pubblicò il suo libro “La società dello spettacolo”. Il pensatore francese intendeva per “spettacolo” ogni manifestazione che potesse diventare fenomeno di massa e quindi perfetto strumento occulto di controllo. Spettacolo fu la guerra del Vietnam, di cui si sapeva solo quello che conveniva far sapere; il boom dello scooter tra i Mod inglesi e della Vespa in Italia; il lancio della minigonna e dei collants; la British Invasion; la strumentazione dell’individualismo giovanile come risorsa  economica. Guy DEBORD già preannunciava quella che oggi è definita “globalizzazione” e ne  intuiva il disegno rappresentandone il pericolo, affermando il suo sdegno  da  un  punto  di  vista  spiccatamente di sinistra e, ancor più, anarcoide. Non è un caso che tale libro sia stato scritto nel 1967. Mai come in quel periodo i vari aspetti storici, politici, economici e culturali influirono sulle mode, i costumi e le tendenze. Mai la moda, il costume e la tendenza avevano acquisito tanta importanza, come nei sixties, da riuscire a diventare anch’essi promotori di sconvolgimenti che avrebbero interessato la storia, la politica, l’economia e la cultura. Senza che il comune senso della massa potesse accorgersene, nei sixties nascevano i presupposti della globalizzazione e i primi “esperimenti” furono possibili grazie alle nuove tecnologie che permisero l’abbattimento dei costi dei media e uno sviluppo dei mezzi di trasporto aereo, marittimo e camionabile che permisero di ridurre sensibilmente le distanze.       

La tesi esposta prende a prestito il titolo del libro di DEBORD e lo riconduce alla ricerca effettuata su uno degli aspetti di costume e tendenza che hanno caratterizzato il mitizzato decennio in esame: la musica. Un argomento solitamente poco approfondito nelle normali sessioni scolastiche, come appunto è il panorama musicale, che insieme con la moda, l’arte, la filosofia e la cinematografia, riesce pienamente a illustrare, nelle origini e nelle conseguenze, quel grande spettacolo, nel bene e nel male, dei sixties.

 

GOOD MORNING VIETNAM

 

(a cura di Marcello RIZZA)

 

 

“Goooood Morning, Vietnam!”. Era il saluto che il DJ del famoso film lanciava dalla sua postazione radio. Una emittente, la Armed Force Radio, che gli americani avevano voluto durante la guerra del Vietnam per sollevare il morale ai militari. Il suo obbiettivo era farli ridere. Dalle radioline a transistor uscivano informazioni utili e gustose gag ma soprattutto  tanto buon rock inglese e americano. Lo vediamo lanciato mentre intercala monologhi a brani ispirati a suon di fiati e voci nere   come  quelle di Otis Redding e Wilson Pickett o alla nuova musica ritmata inglese che sta spopolando anche nel nuovo continente. Le immagini del film mostrano a un certo punto, avvalendosi delle note contrastanti del bellissimo e tranquillizzante brano “What a Wonderful World” di  Louis Armstrong, militari americani che cadono nelle trappole e nelle imboscate tese loro dai vietcong, attentati dinamitardi nei bar e nei bordelli frequentati dalle truppe a stelle e strisce, la rivolta degli studenti universitari Vietnamiti contro la polizia che la reprime in un bagno di sangue, un bombardamento americano con bombe napalm. Avremo modo di ritornare a parlare della guerra del Vietnam, durante il nostro percorso, ma facciamo qualche passo indietro, nel 1960, dove inizia la nostra storia, non solo musicale, e dove vi sono i presupposti per questa “sporca” e contestata guerra vietnamita.

 

La storia della musica sixties parte dal disco in vinile. Oggi è oggetto da collezione. Negli anni ’60 non era facile avere dischi d’importazione di musica ritmata e adatta a un ascoltatore giovane e attento. Questa era soprattutto di provenienza americana.

Anche noi partiremo col disco in vinile. Mi improvviserò D.J. e durante il nostro percorso “ascolteremo” un disco, un brano che ci accompagnerà nel percorso. Ecco…le dita depongono, con sicurezza e consumata esperienza, il disco ancora senza “vita” sopra il suo naturale supporto meccanico. Accompagno la leva del macchinario sul “33” e…appena uno sforzo iniziale…, il piatto raggiunge la sua velocità. Appoggio la puntina tra le pareti del solco ancora neutro. Mentre aspetto il suono, riguardo la consumata copertina, reliquia in un mondo ormai digitale; leggo le note e il titolo del brano, il primo dell’album “The Best” di Ray Charles: “Georgia on My Mind” del 1960. Perfetto brano come sottofondo per incominciare a trattare l’argomento nei suoi aspetti storici, musicali e sociali.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Europa era ridotta a cumuli di rovine; ma nulla eguagliava l’orrore degli stermini programmati di intere popolazioni, conseguenze di ideologie disumane ed antidemocratiche. Ne conseguì la determinazione di ricostruire creando le condizioni perché i popoli del vecchio continente non fossero mai più trascinati in nuove guerre: ormai era chiaro a tutti che la vecchia Europa era finita, e che la ricostruzione doveva essere insieme materiale e spirituale, fondata sulla solidarietà fra tutti i popoli del vecchio continente.

Gli anni Cinquanta erano stati caratterizzati da un grande slancio europeista. Già nel 1951 Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi firmarono a Parigi il primo dei Trattati, quello istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. L’istituzione della CECA ebbe importanza strategica come passo iniziale verso l’unificazione economica dell’Europa. L’obiettivo era quello di creare il mercato comune europeo. Proseguendo poi sulla linea che aveva portato alla CECA, gli stati aderenti alla Comunità decisero di mettere in comune le risorse per studiare le applicazioni civili dell’energia nucleare. L’Europa era stretta fra le due superpotenze che investivano risorse enormi nelle applicazioni civili e militari del nucleare: era importante sviluppare proprie tecnologie in un settore essenziale per l’approvvigionamento energetico. Nel 1957 a Roma furono firmati i Trattati istitutivi di altre due Comunità: la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea per l’energia atomica (Euratom).

Ma  negli  anni  ’60  il  processo  di  costruzione dell’Europa incontrò delle difficoltà, sia nei rapporti tra gli Stati comunitari sia in rapporto alla richiesta di ingresso nelle Comunità da parte del Regno Unito. Le difficoltà interne sorsero davanti a due proposte, entrambe finalizzate ad aumentare     l’autonomia decisionale della Comunità:-       

1.      cambiamento del sistema di finanziamento della CEE, passando dai contributi degli Stati alle risorse proprie.

2.      rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, che di fatto era una assemblea consultiva senza reale possibilità di far valere i propri pareri.

In merito al primo punto, fino a quel momento storico le tre Comunità venivano finanziate direttamente dagli Stati con contributi proporzionati al proprio livello di sviluppo economico. Col passare del tempo questo sistema appariva sempre più inadeguato e poco efficiente, anche per i ritardi e i condizionamenti con cui alcuni Stati pagavano la loro quota. In effetti, su questo punto, l’impasse durò fino alla fine del decennio, ovvero quando, nel 1968, entrò in vigore l’unione doganale, che creò le condizioni perché fosse attuata la riforma del sistema di finanziamento della CEE: dai contributi degli Stati alle risorse proprie della Comunità.

Oggi, le “risorse proprie” di finanziamento sono le seguenti:

§         i prelievi sulle importazioni agricole da paesi extracomunitari;

§         i dazi doganali su ogni altra importazione da paesi extracomunitari;

§         una parte (circa l’1%) della riscossione dell’imposta sul valore aggiunto;

§         la “risorsa PNL”, così chiamata perché ha come base di calcolo il PIL degli Stati membri.

Nel 1961 il governo del Regno Unito presentò la propria candidatura alla CEE, ma incontrò l’opposizione francese. Tale opposizione era basata su varie ragioni, ed anzitutto su considerazioni di politica estera. Infatti il presidente francese Charles De Gaulle voleva un’Europa equidistante dalle due superpotenze, in quanto si era nel mezzo della guerra fredda. Lo statista transalpino temeva che il Regno Unito, in considerazione della special relationship con gli Stati Uniti d’America, avrebbe portato l’Europa ad appiattirsi sulle posizioni americane.

Le soluzioni furono trovate rinviando le questioni su cui le divergenze erano al momento insuperabili. Nel 1965 fu firmato a Bruxelles il Trattato sulla fusione degli esecutivi, che unificava gli organi decisionali e di governo delle tre Comunità, istituendo una sola Commissione ed un solo Consiglio; fu poi introdotta la prassi della redazione di un unico bilancio delle tre Comunità.

Apparentemente si trattava di una scelta organizzativa; in realtà ne risultò una direzione comunitaria unica, più forte e capace di armonizzare e coordinare gli importanti sviluppi ormai alle porte.

I sixties furono quindi un vero trampolino di lancio per l’unità economica e politica dei paesi europei, e ancora oggi il cammino è in corso.  

  

Se un nuovo assetto politico ed economico incominciava a instaurarsi in Europa, per quanto concerne l’aspetto prettamente culturale e sociale, verso la fine degli anni ’50, il mondo viveva grandi assestamenti post-bellici che vedevano l’alternarsi di vittorie e nevrosi. In America e nel vecchio continente, assistevamo all’agonia di un’era sociale e culturale che, da li a poco, avrebbe condizionato i vari settori, dal letterario, al musicale, al figurativo, al teatrale. Alla base di questi fenomeni possiamo individuare una tendenza generale che coinvolgerà tutto il periodo sixties: la contestazione.

Il mondo viveva le sue contraddizioni del dopo guerra e della rinascita economica. La Swinging London e la American way of life, stili di vita indotti dalla ripresa economica del dopo guerra e dal conseguente benessere, era reclamizzata attraverso i mass media. In realtà l’Inghilterra non era uscita così bene dalle conseguenze della guerra. Le distruzioni che aveva subito e una mancata capacità di rinnovamento nel settore industriale avevano portato a una situazione di stentata ripresa economica rispetto a quella di paesi come Francia, Germania e Italia. Anche una politica sociale molto avanzata a favore della classe operaia e un modello di assistenza sanitaria gratuita a tutto il popolo, aveva contribuito ad accrescere le difficoltà economiche del paese.  L’orgoglio britannico però cercava di nascondere questo suo impasse. Passati i traumi della guerra, la capitale britannica era invasa da un entusiasmo incontrollato per la vita mondana. In quel periodo,  confuso tra il bisogno di recuperare la propria indipendenza e supremazia culturale e un crescente fenomeno d’individualismo, il londinese, soprattutto il giovane, riusciva a uscire dal bigottismo tipico anglosassone e si lanciava alla ricerca di uno stile di vita votato al benessere e a un nuovo “garbo” più giovanile e meno aristocratico, sicuramente più futile. Contro questa tendenza vi era ovviamente una controcorrente conservatrice che cercava di proporre una campagna moralizzatrice ma un nuovo corso si era già avviato e non si sarebbe più fermato. Sarà proprio nel 1960, e nella capitale, che la nota casa editrice Penguin Book annuncerà che pubblicherà in Inghilterra il romanzo “L’amante di Lady Chatterley”, scritto nel 1928 da D.H. Lawrence e proibito in Gran Bretagna perché considerato immorale. Per questo sarà citata in giudizio. Nello stesso anno il tribunale di Londra deciderà che il romanzo non è osceno e dopo oltre 30 anni dalla sua pubblicazione in tutto il resto dell’Europa il libro potrà uscire in Inghilterra, nella sua terra natale e in lingua originale. La prima edizione sarà di 200.000 copie.

In America spopolavano i nuovi programmi televisivi per casalinghe perfette e uomini d’affari efficienti e vestiti da cowboy; veniva mostrata la famiglia ideale che viveva nella casa dei sogni, la villetta contornata dal verde dei prati dove fumava nei grill il pollo o la bistecca. Una campagna moralizzatrice farcita di buone intenzioni e di nuove attenzioni alla psicologia giovanile stava formando generazioni di giovani pieni di ideali ma viziati e ipernutriti. Eppure il benessere che si andava a realizzare andava di pari passo con la conseguente paura di perderlo. I politici americani temevano che l’esperienza di libertà potesse essere vanificata da un nuovo e terribile evento bellico che avrebbe coinvolto nazioni e ideologie diverse e contrapposte. La minaccia di un nuovo conflitto con il blocco dei paesi comunisti era sempre latente. L’America e il fronte russo erano tesi alla instaurazione della guerra fredda e verso la fine degli anni ’50 la tensione era molto alta. Ambedue avevano fatto enormi progressi dal punto di vista scientifico e la corsa agli armamenti nucleari avevano ormai convinto tutti che un conflitto sarebbe stato disastroso per i contendenti e per il resto del mondo. Nel 1960 Leonid Brezhnev diventava Presidente della Federazione Sovietica e più avanti riuscirà a avviare un processo di rinnovamento della politica così come l’aveva instaurata Stalin, ma il cambiamento doveva necessariamente scontare la lentezza dovuta al radicamento di certe posizioni forti della nomenclatura sovietica. Anche l’America, col suo sogno e la sua esperienza di libertà, doveva procedere per gradi nella distensione verso il blocco sovietico e non poteva ne voleva vedere accrescerne il potere politico e militare. Proprio nel 1960 accaddero alcuni fatti che accrebbero le tensioni tra i due paesi e fecero ripiombare il mondo occidentale nella paura del conflitto atomico mondiale. Quell’anno i russi denunciarono di aver abbattuto un aereo spia americano U2 sul loro territorio e questo fece scoppiare una nuova crisi internazionale che allontanò la distensione, facendo ricadere i due blocchi nel peggior clima della guerra fredda. Inoltre, quando l’esercito sud-vietnamita iniziò a scontrarsi con i guerriglieri comunisti, sostenuti dal Nord-Vietnam, l’America non si sentì di risolver meglio che fornendo l’appoggio al fronte anticomunista, dando il via all’escalation che porterà alle conseguenze drammatiche della guerra del Vietnam. Ma l’America era percorsa anche da una crisi ideale. Il pericolo russo faceva si che una parte considerevole del bilancio fosse destinato agli armamenti, invece che alle spese sociali: sanità, scuola, pensioni. I giovani, però, che   non vedevano spie socialiste dietro ad ogni angolo, cominciavano a pretendere una società meno militarizzata, più attenta agli emarginati. Fatti come quelli accaduti a Città del Capo, dove una folla di dimostranti di colore che protestava  contro l’apartheid veniva attinta dai proiettili sparati dalla polizia causando 56 morti e 162 feriti, scandalizzavano l’opinione pubblica e contribuivano alla formazione di una nuova coscienza sempre più vicina alla Beat Generation.Non sarà quindi un caso se un personaggio nuovo come il giovane senatore democratico del Massachussetts, John Kennedy, annuncerà che intende candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Tutto sommato non era un grande uomo politico e non aveva la stoffa dello statista ma aveva intuito il malessere giovanile ed era portatore di idee nuove e  fresche,  di  ideali  che  sostituissero la guerra fredda e che puntassero al sociale, all’integrazione degli emarginati e del popolo nero, argomenti sicuramente di gran presa soprattutto nell’elettorato giovane. Piaceva, per esempio, la sua idea di una Nuova Frontiera, un ritorno allo spirito dei pionieri per battere segregazione razziale, povertà, ingiustizia.Avrà inoltre anche una grande rilevanza la sua sfida moderna e mediatica a  Richard Nixon, vicepresidente in carica e candidato repubblicano. Il 26 settembre 1960, a Chicago, milioni di persone assisteranno allo scontro televisivo tra i due contendenti. Il dibattito, in cui i due daranno spettacolo, aprirà l’era dei confronti politici televisivi. Il 9 novembre a Washington John Fitzgerald Kennedy batterà di uno stretto margine il rivale Nixon. A 43 anni sarà il più giovane Presidente degli Stati Uniti e sarà anche il primo cattolico a salire a questa carica. Breznev, Kennedy e poi Lyndon B. Johnson, che sostituì Kennedy dopo il suo assassinio, saranno col tempo decisivi per la distensione tra i due blocchi occidentale e orientale, sebbene nel 1963 saranno proprio i primi due che porteranno il mondo sull’orlo di un nuovo conflitto. Prevarrà la saggezza e anche questo fatto sarà prodromo di un nuovo corso nell’ambito dei rapporti sovietico-americani.

(…e se vi è piaciuta la melanconica “Georgia in my mind”, accontentiamo questi giovinastri scapestrati che amano scatenarsi e diamo loro  un po di ritmo con “Hit The Road Jack”, ancora di un Ray Charles d’annata 1961! Sentite come sul gioco di parole e sul botta – risposta tra cantante e coretto si sviluppa questo gustoso litigio tra la moglie, che manda via di casa il marito, e lui che implora di non essere trattato così male! Ascoltate e…imparate! Potrebbe capitare anche a voi!!!) 

 

Per quanto concerne l’ambito musicale, l’America deteneva, negli anni ’50, il predominio assoluto. Jazz, Blues e soprattutto Rock n’ Roll la facevano da padroni. Elvis Presley soprattutto rappresentava il simbolo della contestazione giovanile e più di una volta si era espresso contro il sistema militare. Eppure quella supremazia, alla fine di quel decennio, mostrava i primi segni di cedimento. Alcuni idoli del r’n’r’ delusero o finirono male: Elvis Presley entrò nell’esercito americano, Buddy Holly morì in un incidente stradale, Little Richard, in crisi mistica, si convertì e sparì dal mercato discografico, Chuck Berry venne arrestato. Un altro duro colpo al r’n’r’ fu inferto dalla magistratura al popolare D.J. Alan Freed, colui che aveva usato per primo il termine “rock’ n’ roll”, il quale venne accusato di corruzione e specificatamente di aver accettato soldi dalle case discografiche per trasmettere determinati dischi in radio.

A seguito della crisi del r’n’r’ si andava a restaurare un periodo di canzoni e musiche melodiche. Il genere aveva un grande potenziale lucrativo a spese dei teen idols che domandavano, compravano e fruivano di quella musica che doveva solamente soddisfare un semplice e gioioso divertimento. Soprattutto il gusto musicale femminile dell’epoca era un tutt’uno con le sonorità legate al sogno romantico. Il r’n’r’ aveva comunque portato a una nuova concezione della musica leggera. La melodia non era più l’unico elemento dominante nella canzone e doveva condividere il potere con il nuovo arrivato: il ritmo. Il nuovo genere fondeva la musica orchestrale bianca e melodica con il r’n’r’ ritmico e chitarristico.

Ma dove nasce allora la vera rivoluzione musicale? Da dove è saltato fuori questo genere musicale rivoluzionario che verrà chiamato beat? Dicendo che nasce a Liverpool, città portuale dell’Inghilterra, verrebbe naturale trovare scontata la cosa; Liverpool è la città che ha dato i natali ai Beatles. Ma i “Fab Four” diventarono quello che diventarono proprio perché abitavano a Liverpool e non a Londra, a Parigi o a New York. L’ambiente di Liverpool era ben diverso da quello che si respirava a Londra. In Inghilterra e soprattutto nella capitale la facevano da padrone i capelli lunghi, le vetrine scintillanti di Carnaby Street, le librerie ben fornite, le performance.  Nasceva la moda della minigonna, dei collants, le radio pirata mandavano canzonette americane. La Mini Minor era l’auto che rappresentava il sogno di libertà dei giovani inglesi. Era la Swinging London, quella che imperversava tra i giovani inglesi negli anni Sessanta.

A fare da contrappeso all’opulenta vetrina di Carnaby Street fu proprio Liverpool, la città portuale che più tipicamente rappresentava la grigia Inghilterra della rivoluzione industriale. I giovani abitavano negli “slums”, i borghi   putridi,   dove  la   popolazione operaia e povera poteva risiedere. Liverpool era anche, però, un importantissimo porto marittimo internazionale dove attraccavano molte navi provenienti dal nuovo mondo. Il sogno americano veniva portato in quella città degradata dai marinai imbarcati nei mercantili atlantici, e questo sogno si materializzò soprattutto attraverso i dischi in vinile d’importazione che venivano “spacciati” tra i giovani quando sbarcavano le navi. Questi dischi d’importazione, la loro immediatezza e freschezza, attivarono un forte desiderio di emulazione in molti ragazzi disoccupati.

La musica che si sviluppava nel circondario del fiume Mersey, che bagnava Liverpool, era ispirata allo Skiffle, filone musicale minore che si ispirava alla musica nera. Anche questo filone era di importazione americana, tuttavia non era la classica musica da hits nelle classifiche e dimostrava come un certo spaccato giovanile dei borghi britannici cercava di evolversi verso sonorità più articolate e “colte”. Lo Skiffle era un insieme di contaminazioni americane jazzy e altri stili originari di New Orleans e si poteva suonare utilizzando strumenti poveri e artigianali quali la chitarra acustica, spesso ricavata da assi per lavare, un basso a cassa di tè con l’aggiunta, per chi poteva permetterselo, di chitarre, kazoo e banjo. I musicisti inglesi, attraverso questo apprendistato ed all’ascolto massiccio di dischi d’importazione, produssero una variante locale del r’n’r’. Quando l’Inghilterra maturò questo nuovo modo di fare musica e, per dirla con l’esperto di musica rock Piero Scaruffi, “quando i complessi di Liverpool, sulle sponde del Mersey, sostituirono gli strumenti dello skiffle con basso, batteria e chitarra elettrica nacque il beat”…e la Swinging London lo celebrò.

I primi gruppi liverpooliani ad ottenere un contratto discografico furono Gerry and The Pacemakers, Billy J. Kramer e Cilla Blak, oltre a tanti altri artisti che avranno più o meno fortuna. I primi, nel 1963, ottennero ben tre primi posti nelle classifiche musicali inglesi e sbarcarono anche in America con un buon successo. Anche Cilla Black ottenne due primi posti in classifica quell’anno. L’America stava a guardare, nemmeno troppo cosciente che presto ci sarebbe stata la British Invasion.

 

(Vi siete divertiti? Vi siete scatenati? Tenevate per lui o per lei? Va beh! Ora non bisticciate e calmatevi con il prossimo brano del 1963, dal titolo “Anyone who had a heart”. Un brano melodico direttamente dal fiume Mersey. Lei è Cilla Black di Liverpool! E date retta a me; ne sentiremo delle belle dalle parti di quella città! Vai col disco!)

 

Jack KerouacIn America e nel mondo stava sempre più affermandosi un nuovo modo di pensare, soprattutto espresso nella nuova corrente culturale, letteraria, artistica e filosofica denominata “Beat Generation”. Questa, nata alla fine degli anni ’40, stava sempre più insinuandosi negli ambienti culturali alternativi e pescava a piene mani in quell’indotto di giovani che si sentivano frustrati e impauriti e che risolvevano il loro disagio disamorandosi degli ideali della patria e votandosi all’individualismo. In essa interagivano fattori psicologici, di costume e di moda, e prese di posizione morali, intellettuali ed artistiche. Era una corrente di pensiero contestatrice ma passiva, estremamente individualistica, che si manifestava attraverso la scelta di una esistenza vagabonda sulle strade e sui treni d’America e attraverso la libertà sessuale, la rinunzia, la voglia di una vita sfrenata e senza regole, esigenza di autenticità e onestà in qualsiasi tipo di rapporto e di vita comunitaria. I beatnik, come essi amavano definirsi, basavano la loro esistenza su una socialità e morale naturali, erano pacifisti, non avevano alcun interesse per il denaro, facevano uso di droghe e amavano la musica jazz. Tutti questi atteggiamenti trovano proprio piena espressione nel termine beat, parola usata per la prima volta dal “guru” della Beat Generation Jack Kerouac nel 1947, il quale fa riferimento alla parola italiana “beato” e a quella inglese “beatific”, per spiegare il nome del nuovo movimento. Beat ha anche il significato di “battuto”, oltre a quello di beato; vuole cioè esprimere da un lato il rifiuto volontario  di una società, nei confronti della quale ci si sente necessariamente sconfitti, e dall’altro la felicità che da questo atteggiamento ne deriva. Schierati contro il razzismo e contro l’imbecillità a cui, secondo loro, portava la American Way of life, i beatnik sviluppavano una sorta di contestazione passiva fatta più di disobbedienza verso le consuetudini che verso gli ideali. Si sentivano sconfitti e inermi ma soprattutto autocompiaciuti della loro diversa opinione e scelta di vita. La protesta beat investiva in primo piano il comportamento e l’abbigliamento. Il linguaggio era aperto e libero, non privo di termini volutamente osceni. L’abbigliamento era dichiaratamente  anticonvenzio-nale, basato su jeans e maglioni sdruciti, scarpe da tennis o di corda, occhiali scuri e medaglioni attorno al collo; la capigliatura tendeva a coprire le orecchie.

Nei primi anni ’60 la Beat Generation influenzerà molto la cultura mondiale e sarà prodromo della generazione dei figli dei fiori che nel 1966 diventerà fenomeno di particolare intensità ma di breve durata.

Un altro fenomeno, più europeo, di contestazione è stato quello dei “giovani arrabbiati”, nato nel 1957 in Inghilterra ed animato da uno spirito trasgressivo nei confronti della morale tradizionale e del conservatorismo della società. Attraverso la drammaturgia e la narrativa, questi giovani aggredivano il reale, presentandolo nella sua forma più bassa e frustrante e usando un linguaggio basato sullo slang, ovvero i termini gergali e dialettali.

 

Dall’estate del ’59 alla fine del ’63 l’Italia viveva un periodo di boom economico di dimensioni mai conosciute in tutta la sua storia, che superava per rapidità e intensità l’espansione che si era avuta negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, quando si era assistito alla prima importante affermazione dell’industria. I governi di centro che si erano instaurati, dal punto di vista economico,  stavano facendo un ottimo lavoro. Sfruttando a pieno il piano Marshall e la politica del contenimento americano, i nostri governanti ci mettevano anche del loro e agevolavano la trasformazione della società in società fortemente industrializzata, sfruttando una manodopera a basso costo proveniente dal meridione e dalle campagne che aveva reso il nostro paese competitivo nel mercato mondiale. Alla fine del ’63 il prodotto nazionale lordo, che era aumentato costantemente nel corso del periodo, era di 23.669 miliardi di lire, cifra che rappresenta il 138% rispetto ai 17.114 miliardi calcolati nel 1958. I nuovi investimenti rappresentavano in media, del prodotto lordo nazionale, il 25%, il che significa che si erano costruite nuove aziende e si erano ammodernate quelle esistenti. Se l’incidenza dell’agricoltura era ormai discesa al 16%, stante la fuga dalle campa-gne, l’industria era il settore che sicuramente aveva raggiunto i livelli di sviluppo più elevati, in particolare nei settori automobilistico, chimico, degli elettrodomestici, in quello dei prodotti ricavati dal petrolio e in quello delle fibre sintetiche. L’aumento della produzione non era dovuto solamente all’espansione del mercato interno ma, in misura anche maggiore,  a l rapido sviluppo delle esportazioni. Questo aumento derivava per un verso dalla situazione di generale prosperità esistente nell’economia internazionale, per un altro, dai vantaggi che l’Italia traeva dalla differenza dei prezzi e dal tipo dei suoi prodotti. Le esportazioni tradizionali italiane di agrumi, marmi e prodotti tessili furono soppiantate dal rapido aumento delle esportazioni di articoli industriali e di macchine utensili.

Al boom economico però non si accompagnava uno sviluppo altrettanto accelerato del processo politico. Il governo Tambroni continuava a ritardare un processo politico e allontanava il momento dell’eventuale apertura a sinistra. Nel 1962 si formava il primo governo di centro-sinistra. Lo presiedeva Amintore FANFANI che presentava il seguente programma:-

1.      istituzione delle Regioni;

2.      riforma della pubblica amministrazione;

3.      istituzione della scuola media unica;

4.      graduale abolizione della mezzadria;

5.      programmazione economica e nuova legislazione urbanistica;

6.      Eliminazione delle industrie elettriche private;

7.      Rinnovata fedeltà alla Nato.

Era un programma ambizioso, equilibrato e pur progressista, per alcuni aspetti ancora oggi attuale. In quel periodo non vi era quasi disoccupazione, ma la congiuntura che vedeva lo spostamento a sinistra della politica con le esigenze di mercato porterà alle cause della fine di questo ciclo economico così proficuo; infatti le rappresentanze sindacali acquisteranno un potere enorme e riusciranno, nel giro di due o tre anni, a far raddoppiare gli stipendi degli operai. La conseguenza sarà il deciso rincaro dei prodotti italiani e la conseguente diminuzione della competitività. La bilancia italiana dei pagamenti cominciò a vacillare e la Banca d’Italia iniziò una politica di restrizioni creditizie.

 Dal 1964 in poi assisteremo a un ricorso sempre più massiccio all’importazione dei prodotti e a una drastica diminuzione delle esportazioni.

 

Dal punto di vista letterario, l’Italia si trovava in una situazione caratterizzata dall’esaurimento della fase neo-realistica, dal ritorno alle tematiche intimistiche e neo-crepuscolari e da un rifiuto della storia come oggetto di ispirazione e rappresentazione e, per altro verso, dal sempre più massiccio coinvolgimento degli intellettuali nei meccanismi dell’industria editoriale. Si assiste quindi al fenomeno italiano che più si attiene al periodo della contestazione e che ha molti punti di convergenza con la filosofia della beat generation: la cosiddetta neo-avanguardia.

L’atteggiamento di questi scrittori era volutamente passivo. Essi non si proponevano di abbattere le istituzioni per stabilirne altre più consone alle esigenze dell’uomo o di cambiare la società, ma contrapponevano alla falsità della società borghese la chiusura in un proprio mondo solitario, del quale facevano parte solo coloro che condividevano i loro stessi ideali. Di conseguenza si capisce che a questo “movimento” mancava quello spirito eversivo proprio delle avanguardie storiche: dietro agli atteggiamenti provocatori non c’era la volontà ideologica di cambiare il sociale ma solo il distacco e la fuga dai modelli societari. Gi artisti riconoscibili nel filone letterario sono quelli che, nel 1963, si riunirono a Palermo per costituire la corrente Gruppo 63, che sarà anche il titolo di una antologia di scritti degli appartenenti al gruppo. Troviamo quindi autori quali Sanguineti, Pagliarani, Giuliani, Porta e Balestrino che saranno significativi sia come appartenenti a un movimento, sia per l’importanza delle loro singole opere.

 

Di questi autori è simpatico citare, nel contesto del particolare insegnamento nella scuola serale, Elio Pagliarani e la sua poesia “I goliardi delle serali”. L’autore subisce ancora il neo-realismo cercando di scrollarsene di dosso il peso. Rimarrà sempre fedele a una sua ispirazione realistica che gli farà prediligere personaggi e ambienti popolari e piccolo-borghesi, rappresentati con un affetto appena attenuato da una lieve ironia. Raggiungerà i risultati più alti nel poemetto “La ragazza Carla” (1962), storia delle delusioni e dei traumi di un’adolescente, Carla Dondi, messa brutalmente di fronte alla realtà della vita e di uno squallido lavoro impiegatizio, in una Milano grigia e impersonale.

Tornando alla sua poesia sopra citata, “I goliardi delle serali”, il poeta è attratto dal chiasso degli studenti di una scuola serale: persone per lo più adulte che di giorno fanno i più svariati mestieri e che ora, finite le lezioni, schiamazzano per la strada, ridono e architettano scherzi, come se fossero studenti veri, cioè giovani spensierati che hanno la fortuna di essere mantenuti dai loro genitori e che, sedendosi in un banco, non sono stanchi di una giornata di lavoro. Alla rappresentazione di tanta rumorosa allegria fa da sfondo l’atmosfera grigia e spenta della città avvolta nel buio e nella nebbia. Non mancano nemmeno i commenti della gente per bene che protesta infastidita dal rumore.

 

I goliardi delle serali

 

I goliardi delle serali in questa nebbia

Hanno voglia di scherzare: non è ancora mezzanotte

E sono appena usciti da scuola

“Le cose nuove e belle

che ho appreso quest’anno” è l’ultimo tema da fare,

ma loro non si danno pensiero, vogliono sempre scherzare.

 

Perchè il vigile non interviene, che cosa ci sta a fare?

 

E’ vero però che le voci sono fioche e diverse, querule anche nel riso,

o gravi, o incerte, in formazione e in trasformazione,

disparate, discordi, in stridente contrasto accomunate

senza ragione senza necessità senza giustificazione,

ma come per il buio e il neon è la nebbia che abbraccia affratella assorbe       a                                                                                                    [inghiotte

e fa il minestrone

e loro ci sguazzano dentro, sguaiati e contenti

io attesto il miglior portamento dei due allievi sergenti,

il calvo in specie, che se capisce poco ha una forza di volontà

militare, e forse ha già preso il filobus.

 

Quanta pienezza di vita e ricchezza di esperienze!

Di giorno il lavoro, la scuola di sera, di notte schiamazzi

(chi sa due lingue vive due vite)

di giorno il lavoro la scuola di sera – non tutti la notte però fanno i compiti

e non imparano le poesie a memoria, di notte preferiscono fare schiamazzi,

nascondere il righello a una compagna

e non fanno i compiti

ma non c’è nessuno che bigi la scuola

sono avari

tutti avari di già, e sanno che costa denari denari.

 

“La ragazza Carla e altre poesie”, (Mondadori, Milano, 1962)

 

 

 

Un importante anello di congiunzione tra la letteratura e la musica italiana  di quegli anni lo troviamo sicuramente con il “Folk Studio”, un locale romano di cultura e musica che era un crocevia di artisti e cantanti, di interpreti e di ricercatori, che studiavano o componevano canzoni popolari e politiche. Era un luogo di ritrovo frequentato soprattutto da appartenenti all’associazione culturale “Cantacronache”, fondata a Torino nel 1958. In

 quella associazione, quella che veniva proposta e studiata non era la canzone di consumo, di puro intrattenimento, ma la canzone di denuncia, “di protesta”, in una prospettiva di contrapposizione all’organizzazione industriale dell’evasione che in Italia culminava ancora emblematicamente nel Festival di Sanremo. Fu una stagione breve ma rigogliosa, che venne a coagulare in modelli riconoscibili in una loro specificità varie tradizioni sopite: da una parte quella popolare (del folclore), dall’altra quella della chanson francese di Brassens, di Brel, di Ferré, che in qualche modo aveva dimostrato la possibilità di trasferire, anche nel contesto moderno urbano, la dimensione epica della ballata popolare. Nel contesto italiano di quegli anni, caratterizzati da un’aspra contrapposizione, sindacale, culturale, fra destra e sinistra, questa canzone si profilò con una chiara determinazione politica. Nel 1958, quando a Torino Michele Straniero diede vita ai “Cantacronache” con Sergio Liberovici e Fausto Amodei, nel mondo avvenivano svolte importanti: a Cuba vinceva la rivoluzione di Fidel Castro, la Francia affidava la presidenza della repubblica a De Gaulle, in Vaticano Papa Giovanni XXIII saliva al soglio pontificio, sullo sfondo di una guerra che si combatteva ancora in Algeria, di crescenti moti di liberazione nel Terzo Mondo che in Occidente cominciavano a mobilitare le piazze in segno di solidarietà. A questa militanza i “Cantacronache” offrirono le prime canzoni di protesta, un punto di identità. Lo fecero riscoprendo il filone dei canti della Resistenza partigiana, in un’Italia i cui poteri erano interessati ad oscurarne la memoria. A  “Cantacronache”  furono  associati  scrittori e poeti quali Calvino,Fortini, Eco, Rodari, impegnati a riscattare le banalità della canzonetta italiana in competizione con il grande modello francese degli Aragon, dei Prévert, dei Queneau che avevano tenuto alto il livello della canzone transalpina. Alcune canzoni dei “Cantacronache” sono rimaste nella memoria collettiva: fra tutte “Dove vola l’avvoltoio?  di Calvino e Libero vici e “La zolfara”,  suscitata dagli “omicidi bianchi” nelle solfatare siciliane ed entrata subito nel repertorio di Ornella Vanoni. Nel suo testo messo in musica da Amodei, il finale, dove il Cristo giudicante beatifica le vittime e distrugge col fuoco la miniera,  riflette appieno nell’evocazione biblica il respiro epico delle sue creazioni. Questo gruppo di intellettuali  si mise in testa di contrapporsi con delle ballate a quella che  chiamava la musica, diciamo, "stupida". Alcune molto belle, altre meno. Guardiamo per esempio  Oltre il ponte”,  canzone  il  cui  testo è di Italo Calvino e la  musica è di Sergio Liberovici, ed è una canzone che nasce dall'evocazione della Resistenza. L'io cantante si rivolge a una ragazza, probabilmente la figlia, e gli racconta le storie di quel periodo.

O ragazza dalle guance di pesca
o ragazza dalle guance d'aurora
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all'età che tu hai ora.
Coprifuoco, la truppa tedesca
la città dominava, siam pronti:
chi non vuole chinare la testa
con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent'anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch'è in mano nemica
vedevam l'altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent'anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l'amore.

Silenziosa sugli aghi di pino
su spinosi ricci di castagna
una squadra nel buio mattino
discendeva l'oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
a assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Avevamo vent'anni...

Non è detto che fossimo santi
l'eroismo non è sovrumano
corri, abbassati, dai corri avanti!
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano
oltre il tronco il cespuglio il canneto
l'avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto.

Avevamo vent'anni

Ormai tutti han famiglia hanno figli
che non sanno la storia di ieri
io son solo e passeggio fra i tigli
con te cara che allora non c'eri.
E vorrei che quei nostri pensieri
quelle nostre speranze di allora
rivivessero in quel che tu speri
o ragazza color dell'aurora.
Avevamo vent'anni..

Questa canzone è evidentemente molto ben scritta, Italo Calvino docet. Non ricalca i modelli popolari. Parla della Resistenza ed è ben presente il messaggio politico, che si incentra sul passaggio di consegne fra chi ha fatto il partigiano e quelli che invece sono chiamati a combattere battaglie ideali per la libertà nel dopoguerra, ma non presenta quel surplus di retorica che a volte, invece, ingombra alcune canzoni più o meno sullo stesso argomento. Il limite di questa esperienza culturale-musicale fu che questa contrapposizione frontale all'industria discografica di allora procurò il fallimento di Cantacronache, perché non riuscì a trovare una distribuzione e una diffusione abbastanza larga da poter sostituire, o comunque integrare, la musica dominante di allora.

(Hey, boys! Anche noi abbiamo il nostro Bob Dylan! Ascoltate questa “Io sono uno” di Luigi Tenco! Ne ha da dire un po’ a tutti con questa canzone! Beh! A noi giovani…ha poco da rimproverare, vero! Gira, disco! Graffia, puntina!)

 

Mike BongiornoI venti di protesta americani scuotevano anche la melodia tradizionale italiana. I primi anni Sessanta erano quelli di personaggi emergenti come Adriano Celentano,  Little Tony e Bobby Solo, quest’ultimo nella veste di emule nostrano del Re del Rock. Accanto a questi, anche gli “urlatori” Mina e Tony Dallara cercavano di rinnovare il panorama musicale. Con successo, ma non paragonabile all’isteria collettiva dei giovani britannici. La tradizionale canzone melodica italiana acquisiva altre connotazioni ma scontava alcuni limiti alla creatività legati a motivazioni culturali, linguistiche, sociali, politiche e tecnologiche. L’Italia era storicamente considerata la patria del “bel canto”. La tradizione operettistica era forte e la musica leggera del 1900 era conseguenza di questa esperienza autoctona. La lingua non sembrava adatta a sonorità ritmate: parole troppo lunghe, “suoni” morbidi, costruzione sintattica complessa. Negli anni ’50, mentre nella vicina Francia vi era una tradizione cantautorale importante con artisti del valore di Brassens, Piaf, Gréco, Montand, in Italia vi erano due tipi di canzoni: quelle sdolcinate e romantiche dalle arie orchestrali, o quelle ironiche e umoristiche. Le canzoni stile Villa, Pizzi e Tajoli caratterizzavano il panorama musicale italiano del periodo. I testi non affrontavano mai questioni politiche o sociali ne tanto meno le tematiche del sesso e della trasgressione. La chiesa cattolica aveva un’influenza enorme sulla società e sul costume e faceva un ostruzionismo silenzioso ma efficace  su ogni tipo di  manifestazione e spettacolo.   La nuova musica che perveniva da oltre oceano, agli inizi del ’60, non veniva mandata in onda nelle emittenti televisive e radiofoniche, in quanto vi era una situazione monopolistica del sistema radio-televisivo. La RAI Radiotelevisione Italiana aveva una commissione di controllo sui programmi, e quindi anche sulle canzoni da trasmettere, e l’unica alternativa radiofonica era rappresentata da Radio Vaticana.   Naturalmente non si chiamava "commissione di censura", perché uscivamo da poco dal regime fascista, e il ricordo della censura vera e propria era fresco. A parte i temi che avevano a che fare con la sfera sessuale, la commissione teneva sotto osservazione canzoni  che  parlavano  di  politica,  in modo non conforme alla linea ufficiale (ma in realtà,

per non sbagliare, in qualsiasi modo), o che potevano infrangere le molte leggi di vilipendio, allora in vigore ed osservate, oggi semplicemente disattese, quindi testi che parlavano in modo non rispettoso della patria, della religione e della chiesa ufficiale, del Presidente della Repubblica e delle altre alte cariche dello stato, della magistratura, della polizia e dell'ordine costituito in genere. Addirittura teneva conto anche del presunto valore artistico, nel senso della conformità del testo e del modo di cantare alla tradizione italiana del bel canto. La famigerata commissione d’ascolto, negli anni sessanta, arrivò persino a bocciare Beatles e Ray Charles perché “stonati”. Tecnicamente parlando, le canzoni venivano classificate come "da non trasmettere" se bocciate subito dalla commissione di ascolto, o "non idonee", se la decisione era successiva all'arrivo in RAI dei dischi.

 

(…ebbene si, amici! E’ giunto il momento del “lento”. Ma un lento speciale, questa volta, fatemelo dire! Lui è  Gino Paoli nella sua interpretazione di “Non andare via” del 1962. Ascoltatelo e vi consiglierà  le parole giuste e disperate da dire alla donna che vi sta lasciando. D’altronde tutti dobbiamo imparare da qualcuno! Lui per esempio, le parole e la musica di questo stupendo brano le ha imparate dallo chansonnier francese Jacques Brel. Spegnete la luce, adagiatevi sul divano e  prendete un fazzoletto…non si sa mai…potrebbe servirvi!

 

Alla fine degli anni ’50 finalmente la “scuola genovese” cominciò a proporre brani e artisti quali Tenco, Paoli, Bindi che, sull’esempio degli chansonniers, raccontavano il quotidiano, la realtà. Si trattava però di canzoni, autori e interpreti che difficilmente provavano ad accedere alla radio nazionale, ma che usavano canali alternativi, il teatro, gli spettacoli in piazza, i club. La commissione quindi si occupava principalmente di quelle canzoni destinate, almeno in teoria, al grande pubblico della musica leggera, o di autori noti, o che comunque qualcuno in RAI aveva l'idea o l'ardire di proporre in qualche trasmissione. Oltretutto vi era una manifestazione canora importantissima quale “Il Festival di Sanremo” che sembrava la vetrina ideale per preservare quella che doveva restare un modello canoro melodico, pulito e soprattutto “confezionato”. A differenza dell’Inghilterra, dove le radio pirata stavano prendendo piede e da dove venivano proposte le nuove tendenze, in Italia non vi era ancora una disponibilità economica privata tale da indurre qualcuno a emulare gli inglesi e a sfidare il controllo di Stato. A fare le spese di tale censura furono molti artisti emergenti, quali Domenico Modugno  per alcuni suoi brani dal testo “non idoneo”, o Mina, per alcuni testi o perchè considerata di cattivo esempio in quanto conviveva e aveva avuto un figlio da un uomo sposato. Anche quando esplose il fenomeno beat, con due anni di ritardo rispetto all’America e all’Inghilterra, i gruppi e i cantanti “capelloni” venivano mandati in onda nella kermesse di San Remo ma ricevevano un trattamento irriverente e spesso si sentivano dileggiati, inoltre gli venivano messi a disposizione strumenti musicali scadenti.

 

 

E arriviamo finalmente a parlare di loro: i Beatles. Abbiamo già parlato di una Swinging London che si barcamenava tra rinnovamento, frenesia di vivere e ipocrisia. I Fab Four divennero subito, con la loro musica allegra e senza particolari eccessi, il prodotto più significativo di questa tendenza giovanile.

beatles04Correva l’anno 1962 e non era subito stato un buon anno per loro. Fecero un’audizione per la Decca Records e il lungimirante direttore artistico della casa discografica non li ritenne validi. Sarà solo a giugno che la ruota della fortuna comincerà a girare per il verso giusto, ovvero quando firmeranno un contratto per la Parlophone. L’annuncio verrà dato sulla prima pagina della rivista Mersey Beat. Ma sarà il 1963 l’anno dei Beatles e di Liverpool. Durante il mese di maggio  si  impossesseranno  delle classifiche inglesi, primi assoluti col singolo From Me to You e con l’album Please Please Me. A settembre proseguirà lo strapotere in Inghilterra dei Fab Four con la bellissima canzone She Loves You, e a Novembre usciranno col nuovo LP Whit The Beatles  che risulterà essere, in quell’anno, l’album più venduto nel Regno Unito. Sempre a novembre si esibiranno al teatro Prince of Wales di Londra davanti alla regina madre e alla nobiltà britannica. Nell’intervallo tra una canzone e l’altra, John Lennon pronuncerà al microfono una frase che entrerà nella storia:”Nel prossimo brano, quelli della galleria e dei posti economici sono pregati di applaudire. Gli altri possono far tintinnare i loro gioielli”.  Sarà a questo punto che anche gli Stati Uniti si accorgeranno dei quattro futuri baronetti. Con il loro “sbarco in America”, inizierà anche la British Invasion che monopolizzerà le classifiche USA, influenzando tutta la scena musicale. Liverpool diventerà il centro mondiale della musica.

E’ difficile capire, anche oggi, il motivo del successo dei Beatles. Sicuramente il gusto della classe media, che trainava l’industria discografica, era particolarmente incline ai testi spensierati delle prime canzoni, dove il romanticismo cantato in modo originale era comunque bilanciato dal modo tutto anglosassone dell’intonazione. Il riflesso sociale dell’ottimismo di quelle canzoni era sinonimo della gioia di vivere  il benessere post bellico, ma pur sempre con sani principi.

Il lancio del gruppo fu sicuramente la più azzeccata promozione commerciale che sia mai stata effettuata nel campo musicale. Da parte loro, i  Fab Four ebbero il merito di trovare una miscela di successo attraverso l’intonazione di stili vocali bianchi con mitigate e commerciali ritmiche nere americane, adattate per un pubblico borghese.

 

(C’era una volta la musica e il R’n’R…sembra una favola! Ma la favola vera è che ora esiste il beat, ragazzi! In Inghilterra ormai la canzone “She Loves You” dei Beatles ha conquistato i cuori di tutti…e vedrete che conquisterà anche voi. Lei vi ama, gente!, e scommetto che anche voi non resterete indifferenti!)

 

 

Nel 1962, per gli Stati Uniti iniziava la guerra in Vietnam. Il conflitto era scoppiato nel 1959 e sarebbe terminato nel 1975. Iniziato come tentativo da parte della guerriglia comunista di rovesciare il governo del Vietnam del sud, degenerò nel conflitto tra il Vietnam del sud ed il Vietnam del Nord, il primo appoggiato dagli Stati Uniti, il secondo dall’Unione Sovietica e dalla repubblica Popolare Cinese.   Nel dicembre 1961 il Presidente J.F. Kennedy si impegnò a sostenere l’indipendenza del Vietnam del Sud. Nei primi mesi del 1962 giunsero a Saigon i primi militari statunitensi. A differenza delle guerre convenzionali, in Vietnam non esistevano fronti definiti. Dai primi anni sessanta, anche truppe regolari nordvietnamite  cominciarono a infiltrarsi in territorio sudvietnamita a sostegno dei guerriglieri Vietcong, mentre URSS e Cina inviavano rifornimenti ad Hanoi attraverso il cosiddetto “sentiero di Ho Chi Minh”, che toccava anche i vicini stati del Laos e della Cambogia. L’escalation militare iniziò nell’agosto 1964, quando ad un attacco nordvietnamita ad alcune unità navali americane ancorate nel golfo del Tonchino, il Presidente Lyndon Johnson rispose ordinando il bombardamento di obiettivi militari nel Vietnam del Nord. La pratica dei bombardamenti a tappeto divenne sistematica a partire dal febbraio del 1965. Contemporaneamente continuava ad incrementarsi il contingente americano nel Vietnam del Sud. Nel dicembre del 1965 Lyndon Johnson sospese i bombardamenti nel tentativo di avviare trattative di pace, ma non avendo successo ordinò la ripresa delle incursioni, che giunsero ad interessare la stessa Hanoi e il vicino porto di Haipong. Ugualmente senza esito fu l’avvio delle trattative nel giugno del 1967 con il premier sovietico Kosygin perché si facesse promotore di una tregua tra le parti. Dopo l’annuncio di un ulteriore rafforzamento della presenza militare statunitense in Vietnam, nel 1967 il Pentagono comunicò per la prima volta il numero dei caduti dall’inizio del conflitto. Il dato scosse fortemente l’opinione pubblica e generò una crescente richiesta di porre fine al conflitto. La guerra del Vietnam segnò un punto di svolta nella storia della guerra convenzionale moderna. Fu infatti essenzialmente una guerra di popolo, data l’impossibilità di distinguere i guerriglieri dai civili non combattenti; inoltre l’uso estensivo del napalm causò la morte di migliaia di civili, mentre l’impiego di defolianti portò una massiccia distruzione del manto vegetale del paese, con gravissimi danni ecologici e all’agricoltura. Questa guerra, da subito e fino al termine, sarà un forte motivo di contestazione in America e in tutto il mondo, coinvolgendo la cultura e l’arte.

 

In America, soprattutto la musica, e in primis la canzone folk d’autore, sarà protagonista e voce della protesta giovanile. Bob Dylan fu l’uomo chiave che trasformò il folksinger  in una star generazionale. All’anagrafe Robert Allen Zimmerman, Bob Dylan nacque a Duluth, Minnesota, il 24 maggio del 1941 e crebbe a Hibbing, una cittadina di minatori. Il piccolo Robert  imparò a  suonare la chitarra,  il  piano e  l’armonica  da autodidatta. Non ancora ventenne suonò nei locali con il nome d’arte di Bob Dylan, che scelse in onore del poeta gallese Dylan Thomas. Nel ‘61 si recò nel New Jersey per incontrare il suo idolo, Woody Guthrie, del quale diventò grande amico. In seguito a questo incontro così importante per la sua formazione, si stabilì a New York dove iniziò a esibirsi a Greenwich Village, il quartiere dove risiedevano i beatnik e che fungeva da polo di discussione alternativo dove artisti, poeti, scrittori, filosofi si riunivano e si confrontavano.

Nel 1963, dopo una serie di insuccessi e il parziale fallimento del primo album, Bob Dylan conobbe la fama con l’uscita del suo secondo lavoro “The Freewheelin’ Bob Dylan” . Il prezzo da pagare per il successo fu quello di escludere da quell’album, perché censurati, brani che successivamente diventeranno importanti, come “Alabama Woman Blues” e “Let Me Die in My Footsteps” . Al loro posto verranno inseriti i brani “Master of War” e “Talking World War III Blues”. E’ difficile capire il significato di tale censura, in quanto soprattutto “Master of War” diventerà presto un brano che classificherà definitivamente l’artista come “la voce della protesta” e che darà la dimensione consona al più famoso folksinger americano. Nello stesso album un’altra canzone avrà un successo enorme: “Blowin’ in the wind”.

 

How many roads must a man walk down

before you call him a man?

 Yes, ‘n’ how many seas must a white dove sail

 before she sleeps in the sand?

Yes, ‘n’ how many times must the cannonballs fly

Before they’re forever banned?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,

The answer is blowin’ in the wind.

 

How many times must a man look up

Before he can see the sky?

Yes, ‘n’ how many ears must one man have

Before he can hear people cry?

Yes, ‘n’ how many deaths will it take till he knows

That too many people have died?

The answer, my friend, is blowin’ in the wind,

The answer is blowin’ in the wind.

 

How many years must a mountain exist

Before it’s washed to the sea?

Yes, ‘n’ how many years can some people exist

Before they’re allowed to be free?

Yes, and how many times can a man turn his head

And pretend that he just doesn’t see?

 The answer, my friend, is blowin’ in the wind,

The answer is blowin’ in the wind.

 

Dylan diventò, a seguito di questo album e soprattutto di questa canzone, l’epicentro vero e proprio del terremoto che la musica folk aveva scatenato e allo stesso tempo sarà il leader indiscusso della canzone di protesta degli anni ‘60: alcune delle sue canzoni vennero associate alla causa dei diritti civili, al pacifismo, alle lotte studentesche di quegli anni.

 

Nell'agosto del 1963, il Reverendo Martin Luther King guidò un'enorme manifestazione interrazziale a Washington, ove pronunciò un discorso che univa i criteri della non violenza e gli ideali cristiani. Il meeting iniziava con queste parole "I have a dream…". Tale discorso diventerà uno dei più significativi contributi alla causa dei diritti civili. L'anno successivo gli fu assegnato il premio Nobel per la pace e il Papa Paolo VI lo ricevette in Vaticano. Nell'aprile del 1968, a Memphis Tennessee, per aiutare degli spazzini sia bianchi che neri che erano in sciopero, mentre si fermava a parlare con i suoi collaboratori sul balcone della sua stanza d'albergo, vennero sparati dei colpi di pistola dall'edificio di fronte. Il corpo di Martin Luther King cadde riverso sulla ringhiera. Erano le ore 19 del 4 aprile 1968. Fu ucciso vigliaccamente come accadde a molti altri uomini di colore che avevano dedicato la loro vita alla non violenza e ai diritti dell’uomo, o peggio, che avevano la sola colpa di essere nigger.  

King at March on Washington

I have a dream

 

I have a dream today. I have a dream that one day the state of Alabama, whose governor's lips are presently dripping with the words of interposition and nullification, will be transformed into a situation where little black boys and black girls will be able to join hands with little white boys and white girls and walk together as sisters and brothers. […]This is our hope. This is the faith with which I return to the South. With this faith we will be able to hew out of the mountain of despair a stone of hope. With this faith we will be able to transform the jangling discords of our nation into a beautiful symphony of brotherhood. With this faith we will be able to work together, to pray together, to struggle together, to go to jail together, to stand up for freedom together, knowing that we will be free one day. This will be the day when all of God's children will be able to sing with a new meaning, "My country, 'tis of thee, sweet land of liberty, of thee I sing. Land where my fathers died, land of the pilgrim's pride, from every mountainside, let freedom ring." And if America is to be a great nation this must become true.

Ho un sogno

 

Oggi ho un sogno! Sogno che un giorno in Alabama, con un governatore dalle labbra sgocciolanti parole d’interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli neri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle. […] Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un’armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato:”Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà”. E se l’America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.

(E’ il momento di ricordare un personaggio e una frase importante, amici.  Lui era (ricordate? L’hanno ammazzato!) il Reverendo  Martin Luther King e la frase è rimasta scolpita nelle nostre coscienze: I have a dream. Questa frase è anche il titolo del prossimo brano che P.J.Proby & Led Zeppelin hanno scritto e interpretato in onore del profeta del pacifismo nero. I have a dream…per voi!).

 

 

L’esplosione dei mass-media portò anche ad uno stravolgimento della concezione di arte. Molti pittori dei sixties cominciarono a produrre dipinti ispirati ai fumetti (Mickey Mouse, Superman) o ad altre immagini di largo consumo, comprese le riproduzioni di celebri capolavori d’arte. Per lo più “inquadravano” grandi partico-

mickey

lari di una figura o di un oggetto, enfatizzando un tipo di ottica ravvicinata già in uso nelle strips dei comics e a sua volta mutuata dallo zoom cinematografico. L’artista più originale nel nuovo approccio ai mass-media, e nella concezione della Popular Art, è senza dubbio Andy Warhol, che in seguito estenderà il proprio campo d’azione gestendo in prima persona i media stessi, affrontando il cinema, organizzando locali di ritrovo e spettacoli musicali, editando dischi e attraversando in tutti i modi gli spazi della civiltà di massa e della cultura giovanilistica che andava eccependosi al suo interno. Aprendo il proprio studio a un pubblico misto di intellettuali più o meno “disoccupati”, di amatori e di hippyes, Wahrol ne farà un punto di riferimento per le nuove “comunità” d’avanguardia, all’incrocio tra protesta, cultura della droga e consumo.

marilyn

Al 1962 risalgono le prime immagini seriali riportate serigraficamente sulla tela. Famose diventarono le serigrafie di Elvis Presley e di Marilyn Monroe. Per tutti gli anni Sessanta l’arte di Wahrol è riuscita a mantenere il suo rarefatto livello di qualità, scadendo successivamente in esercizi più sciatti e disinvolti, dedican-

dosi spesso in una produzione anche ritrattistica di vocazione mondana e commerciale.

Wharol era, tra l’altro, alla ricerca di una musica sperimentale da abbinare a spettacoli d’avanguardia. Diventò quindi “protettore” di un gruppo nuovo, i Velvet Underground, che proponeva una musica alternativa, l’Underground, la musica dei bassifondi di città, come New York, dallo specchietto mirabile ma pervasa da una tristezza e da una drammaticità che si respirava negli ambienti poveri. La collaborazione artistica del gruppo con il munifico Wahrol portò benefici ad entrambi: il pittore necessitava di adeguate colonne sonore per i propri spettacoli mentre il gruppo musicale poteva realizzare, nel 1967, il suo primo album “The Velvet Underground and Nico”, che molto ebbe a che fare con la storia della musica rock. Lou Reed, il cantante – chitarrista del complesso fu il primo cantore della fascia oscura della vita metropolitana. L’artista descrisse con mirabile freddezza l’alienazione urbana, portando per la prima volta in musica il profondo disagio urbano.   

 

I Beatles non inventarono nulla, l’abbiamo già visto precedentemente; ebbero però il merito di dare importanza a nuovi stili musicali che stavano nascendo. Nel 1967 uscirono con uno splendido album, Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band, da molti giudicato il più bel disco rock di tutti i tempi. Pur non essendo, il nuovo genere, una loro invenzione, diede un impulso incredibile alla musica  psichedelica da poco nascente. Era un album con canzoni legate l’una all’altra (concept album), e anche questa non era una novità. Già Frank Zappa aveva anticipato il formato con il suo album freak Out nel 1965. In Sgt. Pepper era condensata una esperienza non propriamente beatlesiana, ma ben acquisita dal famoso gruppo. Non inventarono nulla nemmeno questo volta, ma ebbero il merito di rendere celebri scoperte importanti quali: l’elettronica, la musica orientale (il sitar di George Harrison), l’album concept, la psichedelia (Strawberry Fields e Penny Lane, successive a Sgt Pepper, sopra tutte), elementi che da anni ristagnavano negli ambienti musicali, ma che godevano di credito solo in una ristretta élite. Detto questo resta ovvio l’interrogativo del perché i Beatles continuano a vendere tutt’oggi milioni di copie. Perché proprio loro? Il solo marketing può portare a questi risultati? Si potrebbe parlare ancora molto di loro, spiegando come il quartetto sia diventato quel mito che conosciamo, tuttavia niente può dirci di più su queste cose, se non il fatto che quel suono, quel modo di arrangiare i brani e cantarli, è “arrivato” ed ha “sollevato” milioni di persone in tutto il mondo.

Ma riprendendo il discorso del mitico Sgt Pepper, si deve riconoscere a quest’opera l’ulteriore merito di aver aperto la strada ad una evoluzione musicale incredibile, ad una creatività artistica assolutamente impensabile solamente un anno prima. Si credeva che il beat avesse già esaurito ogni soluzione musicale moderna, e invece ecco che nuovi generi, in primis la psichedelia, avrebbero, da quel momento e fino al 1970, avuto origine e linfa.

 

 

I nuovi generi degli anni Sessanta

 

 

 

 

I colori che "espandono la mente" della psichedelia Psichedelia inglese: la musica underground inglese nacque con la psichedelia. Simbolo assoluto del genere fu l’Ufo Club, un’organizzazione che ogni domenica pomeriggio teneva spettacoli aperti, gli spontaneous Underground, con funzione accessoria di teatro, sala di proiezione e discoteca. Fu in quell’ambiente che si celebrò, nell’autunno 1967, il gigantesco happening multimediale diventato famoso come “14 Hours Technicolour Dream” a cui avevano preso parte 40 complessi rock. Come nella psichedelia americana, la musica era tesa a soluzioni originali ed evocative, fortemente ipnotiche nei ritmi e nei suoni, dai connotati distorti e “lisergici”. Gli stessi Beatles, con la loro psichedelica Lucy in the Sky with Diamond” di Sgt. Pepper, vennero accusati di istigazione all’uso degli acidi, infatti le iniziali del titolo compongono la sigla LSD.”.  I più importanti rappresentanti del genere sono stati sicuramente i Pink Floyd; seguono i Tomorrow, Pink Fairies, High Tide, Hawkwind, Kaleidoscope.

Psichedelia americana: costituisce un fenomeno importante per il rock quanto la protesta pacifista del Greenwich Village. Si può dire che la droga abbia avuto nel rock dei sixties lo stesso ruolo del sesso nel rock’n roll degli anni cinquanta. L’uso della droga come stimolazione della creatività deriva dai poeti della Beat Generation. Dal punto di vista artistico, l’effetto della droga consisteva nell’illuminare l’artista affinché la sua fantasia potesse creare più liberamente e fecondamente. La musica psichedelica, fin dagli albori, nel Greenwich Village con Andy Wahrol, diede importanza alla coreografia, all’aspetto teatrale, o semplicemente spettacolare, dell’esibizione, fino ad adottare i light-show (le luci psichedeliche) che ne divennero un po’ il marchio di fabbrica. I più interessanti gruppi emersi da questo genere rock sono: Love, Spirit, Red Crayola; Iron Butterfly;

 

 

 

 

Velvet Underground

The band, 1971 again Undeground: il ruolo della musica all’interno della civiltà underground fu senz’altro di primo piano. Come già per l’era degli hippyes e per quella dei poeti beat, una musica non classica e non commerciale  venne assunta a colonna sonora di tutte le manifestazioni sotterranee. Il tipico spettacolo underground presentava contemporaneamente sul palco diverse arti: musica, balletto, scultura, cinema, ecc.. Interpreti del generi furono i già citati Velvet Underground,  e anche i Fugs.

 

 

 

 

Folk rock: dalla fusione del folk con il blues e il beat nacque, intorno al 1965, una specie di folk-rock anglosassone che da un lato godette un periodo di popolarità e dall’altro venne sfruttato da decine di complessi rock per arricchire e impreziosire il loro sound (dai Pink Floyd ai Led Zeppelin, dai Traffic ai King Crimson). Rappresentanti per eccellenza del filone furono: Donovan, Fairport convention, Incredibile String Band, Cat Stevens, Strawbs.

 

 

 

 Rock Romantico: derivò da uno spirito revival della musica classica. Fu il genere che sancì la transizione compiuta dal rock, da musica proletaria a musica borghese. La raffinatezza della musica classica si mescolò all’istinto brado delle origini. Questo nuovo revival ebbe come primo effetto positivo quello di ampliare la strumentazione fino a raggiungere le dimensioni dell’orchestra.  Il neoclassicismo musicale, così definito da molti, ebbe inizio già alla fine del beat, con gruppi quali Moody Blues, Procol Harum, Bee Gees. Fu poi elaborato e impreziosito da gruppi quali Nice, Renaissance, King Crimson, Genesis, Gentle Giant, Van Der Graaf Generator, Yes. E’ difficile comunque distinguere il genere romantico dal progressive.

 

 

 

 

Progressive: Il frazionamento del rock inglese in fenomeni paralleli  aveva comportato l’esplorazione di aree musicali molto lontane dal r’n’r’ e dal beat, con una conseguente riscoperta del blues, del folk, del jazz e della musica classica. Questi elementi eterogenei confluirono, verso la fine degli anni Sessanta, in un genere che anteponeva i risultati artistici a quelli commerciali. Il sound progressivo attingeva a tutti i generi e al tempo stesso rinnegava i codici di tutti, sintesi ed antitesi di un decennio di frenetica evoluzione. Suonarono questo genere, tra gli altri: Eric Burdon, Rod Stewart, Van Morrison, Traffic, Jethro Tull, Family.

 

Jan Anderson leader dei Jethro Tull

 

 

 

 

 

 

ImageHard Rock: è essenzialmente blues-rock, amplificato e velocizzato al limite dell’epilessia. La melodia viene cancellata a favore del riff grezzo e violento. Interpreti, in tal senso, ne furono: Led Zeppelin, Deep Purple, Queen, Black Sabbat.  

 

 

(Allora, cari ascoltatori! Siete pronti ad ascoltare qualcosa di veramente nuovo? Dopo la musica  “psyc” dei Beatles dal loro mitico Sgt. Pepper, ecco la ancora più psychedelica “Kites” di Simon Cupree & The Big Sound. Ascoltatela…e poi non dite in giro che il vostro DJ preferito vi tratta male, ok?)

 

La Beatlemania esplose anche da noi, ma solo verso la metà del decennio. Nel 1965 Alberico Crocetta apre a Roma il Piper, inizialmente locale di musica Jazz ma diventato poi emblema della nuova musica e l’alcova del beat tricolore. Renzo Arbore e Gianni Boncompagni iniziano alla radio le trasmissioni di Bandiera Gialla. Il Piper e Bandiera Gialla costituirono i primi veri punti di riferimento per una gioventù nuova, che usciva dal contesto familiare per ritrovarsi a celebrare un nuovo rito collettivo, con nuovi abiti, un nuovo comportamento, un nuovo modo di fare e di godere la musica, in una atmosfera elettrica e convulsa. Nel 1966, una già interessata parte di ascoltatori potè finalmente vedere in televisione alcuni gruppi musicali alternativi. L’influenza dei Beatles fu di tale vastità che, secondo i dati dell’epoca, i complessi beat in Italia, tra il 1965 e il 1967, erano circa seimila. La maggior parte non durò che una stagione. Altri ebbero un successo più duraturo. Tra questi: i Dik Dik, i Nomadi e l’Equipe 84, gruppo leader nel genere e interprete di testi impegnati.

In quest’ultimo ambiente la scuola genovese, con i soliti “autoemarginati” cantautori genovesi Umberto Bindi, Luigi Tenco, Gino Paoli e Fabrizio De Andrè, si prenderà la rivincita e proporrà finalmente, col successo che gli era dovuto, la nuova canzone che tratta i problemi del quotidiano, della condizione operaia e della libertà dell’individuo. Ma il re indiscusso del mercato discografico era Gianni Morandi. Con la sua faccia da bravo ragazzo era sicuramente più innocuo dei suoi colleghi d’oltreoceano e in contrasto con la ritmica accentuata, fatta da strumenti elettronici, che caratterizzerà il rock degli anni Settanta.

 

(“Finchè vedrai sventolar bandiera gialla, tu saprai che qui si balla!” E’ Gianni Pettenati che ci fa battere il cuore con questa canzone, ganzi! Facciamoci trasportare dal suo entusiasmo e…vai!… Che si balla!)

 

Nel nuovo scenario musicale, era ovvio l’imbarazzo della RAI e della censura che aveva cercato di attuare. Gli organizzatori della più importante kermesse musicale non potevano riuscire a tenere fuori la nuova tendenza dai saloni del festival ancora per molto. A pochi mesi dall’edizione del 1967 doveva essere fatta una scelta. Si poteva, certo, sbattere la contestazione fuori della porta, ma in questo modo si correva il rischio di scontentare i giovani,  che erano i maggiori acquirenti del prodotto. Anche il decidere di tagliar corto con le melodie sciroppose rischiava di alienarsi le simpatie delle famiglie. Gli organizzatori decisero quindi di far convivere pacificamente i due generi edulcorando la contestazione, cercando di non scontentare nessuno. In quel festival riusciranno quindi a convivere canzoni come “Proposta” dei Giganti, “…E allora dai!” di Giorgio Gaber con canzoni quali “Io, tu e le rose” di Orietta Berti e “Non pensare a me” interpretata da Iva Zanicchi e Claudio Villa. A questo disegno si frappose un ostacolo imprevisto: Luigi Tenco.

Tenco era un cantautore della prima ondata. Artista genovese, incideva il primo disco nel 1959 dove, al pianoforte, collaborava un giovanissimo Enzo Jannacci. Solo nel 1961, anno in cui incise la splendida “Quando”, Tenco cominciò a scoprire la sua vena più autentica. Da allora al 1967 incise, tra l’altro: “Angela”, “Mi sono innamorato di te”, “La ballata dell’eroe”, “Io vorrei essere la”, “Lontano, lontano”, “Vedrai, vedrai”, “E se ci diranno”, tutte canzoni di volta in volta malinconiche o beffarde, adirate o struggenti, che a giusto titolo sono ormai considerate tra i capolavori della nostra canzone leggera. Nelle pagine di presentazione del suo primo LP, nel 1962, aveva scritto:

Le mie canzoni vanno viste non tanto nel quadro della “musica leggera” o “da ballo”. Quanto in quello della musica popolare…Infatti penso che al di la di un eccessivo conformismo nei testi poetici, al di la di fatture musicali più o meno di moda, la “musica popolare” resti pur sempre il mezzo più valido per esprimere reazioni e sentimenti in modo schietto, sincero e immediato”.

Con Tenco la canzone d’autore si faceva più esplicitamente politica. Siamo ormai nel pieno degli anni sessanta. L’Italia sperimentava finalmente una vera rivoluzione industriale. Le condizioni di vita della maggioranza della popolazione erano grandemente migliorate. Nonostante il permanere di isole di spaventosa povertà, in quindici anni il reddito medio era aumentato del doppio rispetto a quanto avvenuto nel secolo precedente. Il numero dei televisori era in pochi anni raddoppiato, passando nel 1969 a 7 milioni di unità. A Milano il rapporto tra apparecchi telefonici e popolazione era più alto che a Londra. La lira contava tra le più forti monete del mondo, e la bilancia commerciale presentava un attivo considerevole.

Tuttavia, il mezzogiorno permaneva tuttora nel suo stato di cronica arretratezza. L’aumento dei redditi rimaneva, a sud di Roma, inferiore a quello delle regioni sviluppate, mentre le somme spese per investimenti industriali nel Mezzogiorno tendevano a diminuire. L’emigrazione non si era fermata e i giovani abbandonavano la terra per cercare lavoro all’estero o nel più prosperoso nord.

Le canzoni di Tenco parlano di questi problemi. Cantano l’amore in un modo completamente nuovo e disincantato. Memorabili restano i versi della canzone “Mi sono innamorato di te”:

 

Mi sono innamorato di te

Perché non avevo niente da fare

 

Parole che giustificano l’amore con la noia, con la paura della solitudine. O ancora, le sue canzoni, si scagliano contro le persistenti ingiustizie e le ipocrisie di una società ancora profondamente squilibrata  e disumana, rappresentando l’altra faccia del “miracolo” economico.

Ecco, allora, che si presentava al Festival di Sanremo con la sua nuova canzone “Ciao amore, ciao”.

 

La solita strada

Bianca come il sale;

il grano da crescere

i campi da arare;

guardare ogni giorno

se piove o c’è il sole

per saper se domani si vive o si muore

e un bel giorno dire basta e andare via.

 

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

 

Andare via lontano,

cercare un altro mondo,

dire addio al cortile,

andarsene sognando.

E poi mille strade

grigie come il fumo,

in un mondo di luci

sentirsi nessuno.

Saltare cent’anni

in un giorno solo:

dai carri nei campi

agli aerei nel cielo,

e non capirci niente

e aver voglia di tornare da te

 

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

 

Non saper far niente

in un mondo che sa tutto;

e non avere un soldo nemmeno per tornare.

 

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

Ciao amore, ciao amore, ciao amore, ciao.

E’ palese la denuncia e la contestazione nel testo. Non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere ammesso a Sanremo, perché, al contrario della canzone di protesta quale quella dei Giganti, con parole come < Mettete dei fiori nei vostri cannoni…>, che apparivano inoffensive perché interpretate da ragazzi i quali, più che